The Linus Blog

Keep Barcelona Weird

La mia generazione? Essendo nato nel 1985 non ho mai capito bene quale fosse la mia generazione, finché non mi hanno spiegato che alcuni autori chiamano “generazione z” quelli nati dal 2000 in poi, per raggruppare i nati nel quindicennio precedente nella famosa definizione che piace tanto ai giornalisti. Quando mi hanno detto che – secondo un certo punto di vista – potevo considerarmi un millennial, a dire il vero mi sono sentito anche più vecchio. Fossi stato uno “xenial” (la generazione precedente) sarei stato il più giovane fra gli xenial. Invece no, mi è toccato essere un millennial. E mentre vi lascio un riferimento per capirci qualcosa, vi dico che questa è una gran bella fregatura.

Perché? Beh a parte l'ossessione dei media, che tanto quella non risparmia nessuno, essere un millennial europeo non è una bella cosa. L'Europa venne distrutta dalla seconda guerra mondiale e divisa dalla cortina di ferro. I decenni che hanno seguito il 1945 sono stati quelli della ricostruzione, mentre quelli che hanno seguito il 1989 sono stati quelli della grande e violenta espansione del capitalismo verso i territori vergini dell'ex-blocco sovietico. In entrambi i casi, l'accumulazione capitalistica ha garantito decenni di sostanziale benessere, un piccolo periodo d'oro conclusosi esattamente nel momento in cui io e gli stronzi nati insieme a me passavamo al pentolone con la ciotola in mano.

Dieci anni fa avevo 23 anni e scendevo in piazza con l'Onda anomala. Molti di noi avevano finito da pochi anni il liceo, e già ci venivano a dire che le nostre lauree non ci avrebbero evitato un futuro precario, che dovevamo emigrare, che non avremmo mai avuto una pensione e cose del genere. A differenza delle generazioni precedenti, non abbiamo fatto in tempo ad imparare ad aprire un corto corrente che già ci hanno spiegato che avremmo fatto fatica a riempirlo abbastanza da poterci costruire una vita decente. Sembrava che le generazioni precedenti si fossero mangiate tutto e non ci avessero lasciato nulla. E la cosa peggiore è che quegli idioti non avevano neanche la decenza di chiudere la loro cazzo di bocca.

La cosa più stressante a livello politico è stato doversi subire tutte le categorie elaborate dalle generazioni precedenti, doverle accettare per evitare di “sfigurare” passando per moderati, provare ad applicarle e constatare che puntualmente non funzionavano. Scendevamo in piazza contro la Gelmini e dovevamo subirci i genitori sessantottini elettori del PD che ci intimavano di rendere funzionale la nostra lotta alla loro eterna battaglia per la “costruzione di una sinistra unita”, che tanto non sarebbe mai stata all'altezza del loro fantastico Partito Comunista. C'erano quelli che avevano fatto gli anni settanta che si aggiravano ormai cinquantenni tra realtà di movimento che li veneravano come fossero superstiti di Atlantide, ultimi rappresentanti di una razza superiore sopravvissuti al grande diluvio (probabilmente di eroina). Sguinzagliati in giro per collettivi ad impartire lezioni di vita, esigendo la nostra fedele astenzione da ogni forma di compromissione con i “partiti istituzionali”, pena il rischio di somigliare a quei sessantottini piccioti-pidioti dei nostri genitori. E poi c'erano i trentenni. Che oggi sono quarantenni e da sempre sono “la generazione di Genova”. Possibilmente i peggiori. Avevano ereditato l'autonomia da quelli prima e ne avevano fatto un pot-pourri di centri sociali, associazioni altermondiste, “posse”, odiosi social forum pieni di cattolici progressisti, tute bianche, siti di kontroinformazione fatti con frontpage e graficamente inguardabili. La generazione che chiamava “compagno” Giulietto Chiesa. E pure loro stavano lì, ripetendo a noi e a loro stessi che le nostre lauree triennali non valevano quanto le loro quinquennali e che il nostro movimento era brutto ed eterodiretto, non come la loro mitica e libera Pantera (ve la ricordate la Pantera?).

Questi arrivavano e “te magnavano la capoccia” come si dice a Roma, con le loro categorie ideologiche e pratiche di movimento. Ci spiegavano che loro erano stati più fighi di noi, imponevano etichette ideologiche che noi stentavamo a capire, e suggerivano prassi obsolete che tanto sarebbero state inutili se non dannose. E noi lì, stronzi stronzi, a dargli retta. Perché se i tempi erano davvero così bui come ci sembravano, allora meglio fare il possibile per sembrare all'altezza di chi ha vissuto tempi migliori, come se quei tempi migliori fossero stati merito loro. Così, non solo ci toccava affrontare per la prima volta la crisi dell'Occidente, ma dovevamo pure stare a sentire le prediche degli stronzi viziati che ci avevano preceduto. Qualcuno provava a dire che “noi non siamo nel novecento”, ma spesso chi ha ragione non viene ascoltato quanto dovrebbe.

C'è un detto secondo il quale tempi di merda creano grandi generazioni, grandi generazioni che creano periodi di prosperità. I periodi di prosperità creano generazioni di merda che finiscono per far tornare i tempi di merda. E così via. Mi piace l'idea di essere un millenial perché mi sento investito della responsabilità di essere forte per rimediare ai danni fatti dalle precedenti generazioni di merda. Non so se ce la facciamo. Quelli della mia età hanno dovuto subirsi il primo impatto con un cambiamento epocale, ma sono convinto che i più giovani arrivino già più attrezzati. Li vedo bene, specie per la naturalezza con cui scendono in piazza per il clima ignorando i rantoli dei soliti vecchi ex-qualcosa che stanno lì a pontificare su quanto questa protesta dei fridays for future sia strumentale alla propaganda borghese, di quanto loro erano molto più radicali da giovani, oggi stanno tutti coi cellulari, bla bla bla. E ancora bla. Falliti.

Il lasso temporale in cui si applica la definizione di Millennial la rende quasi imbarazzante, perché mi dice che devo condividere la generazione con liceali che hanno la metà dei miei anni. Però il caso vuole che siamo stati proprio noi, i primi millennial, ad affrontare l'idea di dover vivere in un mondo in cui la crescita miracolosa a cui eravamo abituati non c'è più, in cui dobbiamo lottare per il clima, per costruire una nuova sicurezza sociale e per elaborare nuove alternative al capitalismo. Nuove, non come quelle che c'erano una volta e che tanto non funzionano più.

E allora va bene essere un “nonno millennial”, uno dei primi della nuova generazione piuttosto che uno degli ultimi della vecchia. Mi autorizza a prendere i miei 33 anni e trascinarli in piazza con chi ha la mia età e con chi è più giovane di me. Al seguito, in supporto e mai “alla guida” di chi sembra avere le idee più chiare di quanto le avessi io alla sua età. Uniti in quella che non è una “ribellione generazionale”, ma semplicemente l'impegno di chi alla fine in questo mondo ci si trova, e dovrà pur camparci in qualche modo.

Si, l'ossessione con l'asssemblearismo sarà una di quelle cose di questo decennio di cui rideremo nei prossimi decenni. O magari, sarà il tormentone degli anni venti di cui rideremo negli anni trenta. Un pò come le parole con la “a” accentata finale negli anni 2000', il global/local degli anni '90, il “privato e/in politico” degli anni '80 e via così.

Semplifichiamo: per assembleario intendiamo quel processo decisionale sussidiario, in cui il locale decide sul globale e non vice-versa, e che vede nell'assemblea la sua unità fondamentale. Un'organizzazione assemblearia è divisa in diverse assemblee che decidono con mezzi democratici e di consenso, confrontano le loro opinioni tra loro ed arrivano ad una sintesi comune. Già è confusa mentre la scrivo, chissà quanto ci dura.

Ad ogni modo, pare che vada così di questi tempi. Ho una teoria che coinvolge un po' di matematica e botanica. Le piante organizzano strutture frattali quando si trovano di fronte sistemi caotici o stocastici, come il vento. Per affrontarli, si affidano a piccole strutture che si “federano” spazialmente tra di loro, come le foglie nell'immagine all'inizio di questo articolo. Stiamoci: il futuro è di organizzazioni distribuite in cui ogni diramazione locale si comporta in maniera sostanzialmente autonoma dal resto. Sembra che la cosa funzioni meglio nel turbinio di eventi, identità liquide e relazioni instabili di cui si compone la società contemporanea.

La domanda è: abbiamo gli strumenti informatici per affrontare tutto questo? E la risposta è si. Ma anche no. Il punto è che c'è un gran fiorire di strumenti, strumentini, programmi e programmini in grado di farti fare una mailing list, un sito, calendari, eventi, diffusione. Ma un mezzo in grado di rispondere alle esigenze di autorganizzazione no, quello non esiste ancora.

Ovviamente mi ci ha fatto pensare questa storia di mastodon.

Ah, a proposito. Prima non me lo cagavo troppo, devo essere sincero. Da quando ho litigato con gli anarchici non faccio che andarci. Se solo sapessero quanto sono funzionale alla loro missione non mi disprezzerebbero tanto.

A quanto pare, i miei amici anarchici bolognesi hanno deciso di andarmi a segnalare per tutto il #fediverse come disturbatore e calunniatore. Nel ben più classico “playing victim” di movimento, dicono che gli sto dando dei “fascisti”. Non è vero, loro lo sanno, chi legge queste righe lo sa (o lo può verificare rapidamente) e quindi non continuerò questa polemica.

Nel frattempo, mi rincuora vedere che l'attività politica in qualche misura procede, e che Potere Al Popolo continua ad essere quello che è stato fin dall'inizio. Un gruppetto di poveri disgraziati come me che hanno deciso di fare qualcosa e di dedicarci del tempo e delle energie.

Gente che prova a fare qualcosa, un ruolo purtroppo abbastanza scomodo e decisamente ingrato. Quando fai le cose ti sporchi le mani e cominci a sudare, e c'è sempre qualcuno pronto a farti notare quanto puzzi. Se stai fermo non rischi di emanare cattivi odori, non ti sporchi, non impieghi tempo in faccende noiose. Ti mantieni lindo ed “intonso”, con De André nella tua playlist Spotify (segretamente premium) che ti fa credere che se te la prendi con i “partiti istituzionali” sei più figo degli altri.

E, in effetti, così sporchi di sudore e con le mani sporche di burocrazia di certo non sembriamo per nulla “fighi”. Ce ne faremo una ragione.

Io, dal canto mio, spero solo di non cedere all'estetica inversa, finendo per giustificare ogni compromesso con la necessità imposta dall'azione, giusto per non finire a 50 anni a votare per un governo di larghe intese dicendo a me stesso che anche Gramsci/Lenin/Bakunin/Mao o altre figure del Pantheon a caso avrebbero fatto lo stesso.

Non esiste una “via di mezzo” tra restare fedeli ai propri principi e divenire efficaci nell'azione politica. Esiste un'interpolazione positiva tra le due cose, ed è esattamente la sua ricerca incessante che ci fa stancare, sporcare e sudare ogni giorno.

Il problema è che ci siamo scelti un percorso difficile. In Italia la questione è sempre stata chiara. La sinistra è nata come una monarchia del Partito Comunista e troppi passi avanti non è che ne ha fatti. Il movimento ne ha rappresentato la sua antitesi, arrivando spesso alle estreme conseguenze di un nichilismo antipolitico che non portava a nulla. Noi non abbiamo cercato una sintesi, anche perché Hegel ogni tanto stufa e non ha sempre ragione. Abbiamo preso gli uni e gli altri, e li abbiamo sfidati a campo aperto.

È questo che ho visto in Potere al Popolo. Una provocazione sfrontata, diretta tanto a quei burocrati senza scartoffie di Rifondazione, quanto al manierismo di movimento, quello di chi è sempre troppo radicale e puro per presentarsi alle elezioni. L'intenzione di voler spezzare tanto il partitismo ottuso e soffocante della cultura comunista italiana, quanto il ribellismo ancora più ottuso di quell'area pseudo-anarco-autonomo-libertaria che si percepisce come la grande novità di belle speranze del progressismo radicale da almeno una quarantina d'anni.

Alla fine dell'ultima polemica sulla mia presenza sul server di bida qualcuno mi diceva: eh vabbè, ma cosa pretendi? Parli di Potere Al Popolo su di un server di anarchici? Esatto. Ed è esattamente il mio punto, col tempo magari lo capirete.

Certe dinamiche non ce le possiamo più permettere, e quindi le dobbiamo sabotare.

Volevo scrivere qualche ulteriore considerazione su quanto successo. Ma la cosa non ha abbastanza importanza per continuare a perdere il mio tempo su questo. Meglio godersi il primo weekend con il nuovo lavoro, la firma del contratto e tutto il resto, e dedicare il ticchettìo delle mie dita alla causa del DNA mobile.

Tanto il fediverse non lo abbandono. Ho un nuovo account (già reso bida-free dallo zelo dei bolognesi).

Se volete ci sentiamo su @linus@todon.nl

Insomma la cosa va così:

  • Giorni fa scrivo un post in cui avviso che ho creato un blog per l'assemblea territoriale di PaP- Barcelona. Io scrivo su write.as e spesso condivido su mastodon.

  • Ero (ero) iscritto al nodo di bida, dove bivaccano quei simpatici “hacker” (generoso qui) che a occhio e croce sono gli stessi che bivaccavano alla Torre dieci anni fa e giravano per hackmeeting. Magari c'è qualche nuovo ragazzino fomentato.

  • Condivido il post su bida senza neanche pensarci.

  • Mi contattano intimandomi di levare il post perché fa propaganda ad un partito e questo è vietato.

  • Gli dico che non voglio cancellare il post e se mi vogliono censurare che lo facciano loro.

  • Mi rispondono che loro non censurano come Facebook ma condividono la gestione con gli utenti in senso orizzontale e assembleario e che dovevo essere io ad automoderarmi.

  • Faccio rispettosamente notare che quanto sto facendo non è definibile come “propaganda” (leggete il post) e che PaP non è neanche definibile come un partito

  • Mi sospendono l'account impendendomi di comunicare con il resto della piattaforma

  • Gli chiedo di descrivermi l'ebbrezza di esercitare il potere autoritario su di un altro essere umano

  • Mi cancellano l'account e mi impediscono di entrare su bida.

Questa è la gestione libertaria e democratica di questo gruppo di poveri inetti che ignora lo stesso abc della convivenza civile e democratica. Ci avevano promesso tante cose, invece bah, si comportano come questorini del ventennio.

Nonostante abbia particolarmente in odio il dare annunci via internet, devo condividere con voi uno di quei “life update” degni di nota, specie per chi – bontà sua – si ostina ad avere a cuore la mia situazione.

Da due giorni ho iniziato a lavorare come bioinformatico all'Istituto di Biologia Evolutiva dell'università Pompeu Fabra di Barcellona. Il mio laboratorio è nel fantastico centro sul mare dell'immagine, fantasticamente a dieci minuti da casa mia. Nel frattempo, sto ancora finendo il dottorato al posto in cui ero prima.

La cosa è consentita. L'Università dove sono immatricolato come dottorando mi consente di mantenere la mia posizione accademica anche se non sono più dipendente del centro di ricerca dove ho fatto il PhD (e cioè il CRAG).

Manca giusto di concludere la scrittura della tesi. Ce la farò, lo prometto.

Volevo farvelo sapere, ma visto che ho iniziato il primo aprile (e visto che sono pur sempre io), per evitare frainendimenti meglio uscirsene con un paio di giorni di calma.

A Barcellona, si sa, siamo dei “fighetti alternativi”. Città del design e del liberty, ha sempre avuto un pallino per la grafica ed un certo stile ricercato ma pur sempre con una forte impronta popolare e “de sinistra”, tendente all'hipster in maniera quasi inconsapevole, o magari voluta ma comunque poco riuscita o riuscita in modo strano, peculiare. Barcellonese.

E quindi, visto che ci piace fare i fighi in città, anche noi dell'assemblea di Potere al Popolo abbiamo deciso di aprire un sito internet nostro, indipente e libero dalle reti sociali. Capace di fare quello che dovrebbe fare lo spazio sul web di un gruppo, ovvero far sapere cosa facciamo, perché lo facciamo, e dare i contatti per raggiungerci e collaborare con noi. Quelle vecchie e care mansioni di ogni buon sito internet che sembrano essersi perse in una specie di delirio di storie, tag e video in diretta.

La gioia di comunicare senza l'ansia di influenzare.

Il sito pap.cat è ancora in costruzione, ma sarà riempito a breve di contenuti.

Vediamo dove porta tutta questa storia.

Il tizio in foto è l'ex consigliere comunale di Barcellona della sinistra indipendentista (la CUP) Josep Gargantè. Conduttore di autobus della TMB e sindacalista, qui ritratto in una forma smagliante e in una t-shirt ancor più bella, sfoggiata nel pieno di un consiglio comunale.

La maglietta recita “ACAB – Ada Colau Alcaldessa de Barcelona”, ritraendo la sindaca (non ho mai capito perché) con le orecchie di Topolino.

La provocazione serviva a protestare contro le violenze della polizia catalana a Grácia in occasione dello sgombero del Banc Expropiat, ed è meglio non dimenticare quella storia, né i suoi protagonisti, nello specifico, dobbiamo sempre tenere a mente che:

  • Il centro sociale anarchico Banc Expropiat aveva occupato una ex- filiale di una banca catalana, la CatalunyaCaixa (assorbita dalla BBVA nel 2016)

  • Il sindaco precendente di centro-destra Trias pagava di nascosto la proprietà per non fargli sporgere denuncia alla Generalitat, così quelli non sgomberavano e si evitavano cazzi.

  • La Colau arriva e decide di non pagare più, ma non riesce a mettersi d'accordo con la proprietà e con gli occupanti. Parte la denuncia, sgomberano e la Vila De Grácia finisce in guerra civile per quasi un mese.

  • Gargantè si presenta addobbato in quel modo al consiglio comunale di Barcellona.

Chi dimentica Garganté è complice. Perché in lui è tutto il dramma della sinistra nelle istituzioni.

Bisogna ammettere che l'assenza della possibilità di commentare questo blog è decisamente divertente. La piattaforma è ancora in via di sviluppo, e un sistema di commenti non è stato ancora implementato. Nel frattempo, qualsiasi obiezione ai miei post ve la tenete per voi. Stronz*.

Il sistema che uso, write.as, si avvale di diversi servizi genericamente indicati con l'estensione a dominio “.as”. Per caricare le immagini utilizzo snap.as ed il terzo della “famiglia” dovrebbe essere un tutt'ora oscuro remark.as, il sistema che – in qualche maniera – dovrebbe integrare i commenti nei blog di write.as. Prima o poi lo attiveranno. Vacci a capire qualcosa di questo writeas, però mi piace. Più di wordpress.com.

Quindi – e ancora per qualche tempo – dovrete accettare questa ulteriore bestemmia verso la routine social dell'internet contemporaneo. Io scrivo, voi leggete. E basta, niente commenti, niente reazioni, niente like né interazioni. Solo un monologo, come se questa fosse una radio a valvole accesa su qualche canale ai margini dell'FM, in cui un conduttore con problemi d'alcol tenta di convincervi della bontà delle pennette alla vodka e dei giri di basso dei primi Marlene Kuntz.

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