The Linus Blog

Keep Barcelona Weird

Si, alla fine non si può dire altro che questo. Le settimane precedenti mi hanno fatto capire diverse cose, e spero che non sia troppo tardi per arrivare a certe conclusioni. Forse il mio errore è semplicemente stato quello di non capire che per quanto possiamo pensare che quel che facciamo possa coinvolgere il lavoro di molti, ma alla fine sono le convergenze tra pochi che funzionano. I Beatles non avevano un sito, e comunque su quel sito non ci sarebbe stata la sezione “partecipa” con tanto di contact form.

E quindi la cosa è semplice: bisogna andare avanti da soli, ed è quello che farò. Sto lavorando a qualcosa che spero prenda corpo presto. Questa volta, voglio fare tutto da solo.

A volte ho voglia semplicemente di scendere per un secondo. Deve essere questo che mi fa passare giorni così strani durante alcuni periodi dell'anno. Piano piano, usciamo da questo incubo del cazzo.

Le cose spesso sono più semplici di quanto le facciamo. Era sabato. Ero in metro, circondato da ragazzi di poco meno di 20 anni, catalani. Parlavano delle elezioni, e un futuro elettore della sinistra catalana stava punzecchiando una ragazza appena conosciuta che affermava di schierarsi con i liberal-conservatori di Ciudadanos. Lei molto carina*, lui chiaramente interessato.

Mi hanno fatto pensare a una cosa. Erano molto vicini a me, e se mi avessero chiesto cosa avrei votato io, la cosa sarebbe passata per il rituale “ehi, io non voto, sono italiano”. Però da lì mi avrebbero sicuramente chiesto chi voterei in Spagna e chi voto in Italia.

Allora ci ho pensato. Per noi italian*, oggi, è molto difficile affermare con una certa tranquillità la nostra preferenza. Non abbiamo qualcuno da sostenere, di cui essere se non fieri quantomeno non del tutto schifati, o schifosi, nel caso quel qualcuno sia Salvini.

Se fossi americano, potrei scegliere fra Sanders e Warren. In Francia avrei Melenchon, e non ci sarebbe alcun problema nel dire di votare Corbyn, se fossi un suddito del Regno Unito. In Italia, le cose sono diverse.

Si, certo. Questo porta ad una maggiore consapevolezza dei limiti della democrazia di rappresentanza, ma indica anche uno stress non da poco. La gente, alla fine, non vuole altro che sapere di potersi affidare a qualcuno che – in qualche maniera – possa pensare alla difesa dei suoi diritti mentre la vita va avanti con i suoi alti e bassi.

A quella risposta, alla fine, prima o poi bisognerà rispondere. In un modo o nell'altro.

*Ovviamente, lo dico assoluto distacco, visto che se avessi fatto qualche cazzata in adolescenza, quella portrebbe essere mia figlia.

A strigne, quello che ho capito delle elezioni spagnole è stato questo:

Andate a vedervi il thread.

Sia chiaro, il problema è mio. Generalizzare la cosa dicendo che il problema è in realtà collettivo, sarebbe qualcosa a metà tra lo scarico di responsabilità e un imbarazzante egocentrismo. Provo a evitarmelo e a evitarvelo. Ho “sbroccato” su questa storia del 25 Aprile per motivi miei, connessi con la mia personale motivazione e con la delusione per certe dinamiche. Ma questa è una cosa che è successa a me. Il problema è mio e me lo gestisco io. Su questo non c'è dubbio.

Siamo tutti in crisi? Si, ma non è questo l'epilogo della mia storia volto a “buttarla in caciara”. Ricordo le parole di A. poco più di tre anni fa. Parlando della possibilità di estendere Barnaut alle attività di altri compagni, la sua formula fu piuttosto secca: siamo sempre gli stessi, facciamo le stesse cose, uniamoci. Giusto, sacrosanto. Peccato che – a tre anni di distanza – non solo non ci siamo mai uniti, ma tutti i progetti che abbiamo messo in campo stanno venendo meno. E lo stanno facendo per inerzia, assenza di motivazione e conflitti personali.

Riprendendo un'allegoria di biblica memoria, il seme muore per dare la vita, e per questo non c'è tristezza associata alla sua dipartita. Certo, se il seme muore e il germoglio non cresce, allora si che uno si dispiace. Sapevo bene che il tempo di Barnaut sarebbe stato limitato. Quando ho capito che l'idea originaria di un magazine a tutto tondo era sfumata, ed ho visto che ci andavamo incorporando sempre di più alle dinamiche di movimento, sapevo che questo implicava accettare anche l'idea di un superamento del progetto stesso. Il punto è che speravo che il superamento implicasse la costituzione di qualcosa di nuovo e più grande. Invece un cazzo. Barnaut è morto come da copione, lasciando dietro di sé un triste vuoto.

Fate caso a una cosa: litigi, malumori, incomprensioni, personalismi (nei quali mi includo, chiaramente). Quegli stessi che fanno sempre le stesse cose non vanno più tanto d'accordo.

Sarebbe il caso di capire che succede? Non lo so. Fate voi. Io credo che sia un problema grosso. Credo che si stia rinunciando a portare il nostro contributo alla causa, cosa davvero spiacevole e disdicevole per chi ha coscienza politica (lo spiegheró nel prossimo post). Dal canto mio rinuncio a metterci le mani, aspettando che qualcuno si faccia avanti con idee migliori di quelle che ho messo in campo. Per quel qualcuno sarò sempre a disposizione, ma intanto faccio le cose a modo mio, con quello che riesco a fare e con chi ci sta.

E se a lor signori la cosa fa tanto schifo, tenteró di farmene una ragione.

Ammetto che fra finire la tesi e le controversie di cui vi ho messo a parte, sono tornato nell'indulgere con il social network di Mark. Quello da cui ho promesso di andarmene e quello da cui, si... Me ne andrò. Prima o poi.

Una delle cose che mi mantengono attaccato a quel social è il gruppo dei fan dei Simpson, il Sacro Ordine dei Tagliapietre. Si parla di Simpson, si organizzano videoparty... Carino, decisamente. Lavori e ti arriva una notifica che ti avverte che qualcuno sta condividendo live una puntata dei Simpson. Giuro che se c'è una cosa che mi rende davvero difficile il lasciare Facebook come mi sono promesso, è proprio quel cazzo di gruppo.

Ce la farò, promesso. Tanto che decido di salvare qui quelle due uniche immagini condivise sui Tagliapietre, due meme che ho fatto io e che avranno raccolto insieme un migliaio di like (il gruppo è molto grande e frequentato).

Davide Longombardo è il nome di un tizio che si ostina a pubblicare meme “di destra”, che come recita il breviario del #rightcantmeme, sono simpatici come un attacco di diarrea. Al ventisettesimo attacco, ho pensato di ironizzare così, in stile Simpson.

Martedì scorso l'Aiax ha eliminato la Juve dalla Champions. E io, da bravo Tagliapietre:

Le metto qui, perché il #deletefacebook è ancora tra le cose da fare, e queste due immagini erano piaciute tanto che sarebbe un peccato.

La cosa divertente è che gli fa una paura mortale. Mi sono indignato anche io quando ho visto il titolo canzonatorio e bulleggiante di Libero, il solito titolo di quel giornale di merda. “Vieni avanti Gretina”. Però l'indignazione ha lasciato il posto ad una domanda: si ok, ma perché prendersela tanto con Greta Thunberg? Alla fine chi è? Una ragazza, una ragazza molto giovane che protesta per il clima. Che cazzo di male può farti?

E invece no, la “piccola Greta” viene attaccata, e si viene attaccati quando si è percepiti come nemici. Nella fragile narrazione di potere di questa nuova alt-right, il punto è che il dibattito pubblico deve essere indirizzato e concentrato sui pochi temi in cui si è forti: immigrazione, UE e altre “minacce esterne” in cui si costruisce l'idea che chi vota è la vittima irresponsabile, i nemici sono altri, e chi è votato è la soluzione.

Da una parte, l'ecologismo che ci vede tutti corresponsabili del Pianeta distrugge questa costruzione, dall'altra, la “piccola Greta” viene qui e si mette a parlare d'altro come se niente fosse, riempiendo le piazza su qualcosa per la quale né la Lega né i CinqueStelle hanno una linea politica, una posizione, un'idea o qualche cosa da dire. E questo è sicuramente destabilizzante.

Concludiamo con il paternalismo patriarcale. La “piccola Greta”. Donna, giovane, nello spettro autistico. Quella piccola non è, ma sicuramente una certa reductio è funzionale ad esorcizzare la paura che mette.

#green #commons

Con questo articolo, vorrei chiarire una questione che a questo punto necessita di qualche delucidazione. Ho deciso di cambiare radicalmente la mia attività politica e la natura di molte relazioni che da essa si erano sviluppate. Questo testo riguarda solo alcune persone, ma è aperto a chi voglia sbirciare all'interno di dinamiche una volta “interne” e che ora scelgo di rendere più visibili. To whom it may concern, to whom it may intrigue.

Tutti arrivano ad un punto di rottura. Sono anni che sputo letteralmente il sangue sulla costruzione di una realtà politica che raccolga le istanze e gli sforzi di chi vive questa città da immigrato. Barnaut doveva essere solo un punto d'inizio. Iniziare dall'informazione e dalla lingua italiana per poi estendersi ad altre collettività nazionali e a un'azione politica più ampia. In una città radicalmente internazionalizzata come Barcellona, avremmo avuto la possibilità di costruire qualcosa, una interazione politica con ben pochi precedenti. Purtroppo, la cosa non si è concretizzata. E non si è concretizzata perché la maggior parte delle persone che si sono avvicinate ai diversi progetti messi in campo, non ha avuto la maturità necessaria di mettere il proprio ego da una parte e di rinunciare ai propri personalismi.

Sono stanco, e sapete di cosa parlo. Sono quello che lavora ore sulla tastiera per mettervi su il sito internet, farvi il logo ed organizzarvi cose che alla fine non vi dispiacciono, come ad esempio i podcast. Sono quello che ha ideato ed implementato quella Barnaut che tanto vi faceva invidia, perché non era un'idea vostra. Sono quello che avete lasciato solo, a Long Island, a fare i podcast su Barcelona perché avevate deciso di darvi alla macchia. Sono quello che ha fatto tutta la grafica della stessa Fanatics che avete deciso di far morire, sono quello che avevate contattato per fare il logo e il sito di Laica, quando era palese che quest'ultima rappresentasse solo un tentativo di sussumere Barnaut e farmi fuori, come parte di una piccola vendetta personale. Sono quello che ha dovuto giustificare le proprie scelte di vita privata in riunioni di movimento. Sono quello che si è andato a prendere le accuse di sessismo per ragioni che mi sono tutt'ora oscure. Quello che passava ore a preparare un podcast, circondato da gente che se lo ascoltava alla lettera sperando che dicessi qualcosa di sessista da potermi rinfacciare (rimanendo puntualmente a bocca asciutta).

Dopo tutto questo, sono stato anche quello che era comunque disposto a continuare, a far rivivere la cosa dopo che ogni comportamento distruttivo era stato messo in campo ed era pronto a tornare.

I vasi traboccano, e di certo l'ultima goccia non può rispondere di altro che delle sue responsabilità di goccia, e non del diluvio che provoca. Però, dopo tutto questo, sentirmi snobbato politicamente perché ho deciso di entrare in PaP, beh è decisamente l'ultima cazzo di merdata che mi fate.

Al fine di essere completamente chiaro, vi dico che ho intenzione di interrompere ogni partecipazione ai gruppi in cui sono attivo, a eccezion fatta di PaP e dei progetti ad esso associati (tanti, belli e tutti autorganizzati alla faccia vostra). A conti fatti questo si limita a Fanatics, ma è il messaggio che conta. Ritiro inoltre qualsiasi disponibilità a progetti futuri, collaborazioni, produzioni di siti internet e altre cose che mi facciano perder tempo per poi venir abbandonate come un giocattolo vecchio.

Come spiegavo nel post precedente, appartengo alla generazione che non può permettersi la politica per postureo. Per me è una cosa seria, vi prego di rispettarlo.

Resto aperto ad ogni dialogo e comunicazione che riteniate opportuna. La cosa non è personale e non avrà conseguenze sul piano personale.

JKR

La mia generazione? Essendo nato nel 1985 non ho mai capito bene quale fosse la mia generazione, finché non mi hanno spiegato che alcuni autori chiamano “generazione z” quelli nati dal 2000 in poi, per raggruppare i nati nel quindicennio precedente nella famosa definizione che piace tanto ai giornalisti. Quando mi hanno detto che – secondo un certo punto di vista – potevo considerarmi un millennial, a dire il vero mi sono sentito anche più vecchio. Fossi stato uno “xenial” (la generazione precedente) sarei stato il più giovane fra gli xenial. Invece no, mi è toccato essere un millennial. E mentre vi lascio un riferimento per capirci qualcosa, vi dico che questa è una gran bella fregatura.

Perché? Beh a parte l'ossessione dei media, che tanto quella non risparmia nessuno, essere un millennial europeo non è una bella cosa. L'Europa venne distrutta dalla seconda guerra mondiale e divisa dalla cortina di ferro. I decenni che hanno seguito il 1945 sono stati quelli della ricostruzione, mentre quelli che hanno seguito il 1989 sono stati quelli della grande e violenta espansione del capitalismo verso i territori vergini dell'ex-blocco sovietico. In entrambi i casi, l'accumulazione capitalistica ha garantito decenni di sostanziale benessere, un piccolo periodo d'oro conclusosi esattamente nel momento in cui io e gli stronzi nati insieme a me passavamo al pentolone con la ciotola in mano.

Dieci anni fa avevo 23 anni e scendevo in piazza con l'Onda anomala. Molti di noi avevano finito da pochi anni il liceo, e già ci venivano a dire che le nostre lauree non ci avrebbero evitato un futuro precario, che dovevamo emigrare, che non avremmo mai avuto una pensione e cose del genere. A differenza delle generazioni precedenti, non abbiamo fatto in tempo ad imparare ad aprire un corto corrente che già ci hanno spiegato che avremmo fatto fatica a riempirlo abbastanza da poterci costruire una vita decente. Sembrava che le generazioni precedenti si fossero mangiate tutto e non ci avessero lasciato nulla. E la cosa peggiore è che quegli idioti non avevano neanche la decenza di chiudere la loro cazzo di bocca.

La cosa più stressante a livello politico è stato doversi subire tutte le categorie elaborate dalle generazioni precedenti, doverle accettare per evitare di “sfigurare” passando per moderati, provare ad applicarle e constatare che puntualmente non funzionavano. Scendevamo in piazza contro la Gelmini e dovevamo subirci i genitori sessantottini elettori del PD che ci intimavano di rendere funzionale la nostra lotta alla loro eterna battaglia per la “costruzione di una sinistra unita”, che tanto non sarebbe mai stata all'altezza del loro fantastico Partito Comunista. C'erano quelli che avevano fatto gli anni settanta che si aggiravano ormai cinquantenni tra realtà di movimento che li veneravano come fossero superstiti di Atlantide, ultimi rappresentanti di una razza superiore sopravvissuti al grande diluvio (probabilmente di eroina). Sguinzagliati in giro per collettivi ad impartire lezioni di vita, esigendo la nostra fedele astenzione da ogni forma di compromissione con i “partiti istituzionali”, pena il rischio di somigliare a quei sessantottini piccioti-pidioti dei nostri genitori. E poi c'erano i trentenni. Che oggi sono quarantenni e da sempre sono “la generazione di Genova”. Possibilmente i peggiori. Avevano ereditato l'autonomia da quelli prima e ne avevano fatto un pot-pourri di centri sociali, associazioni altermondiste, “posse”, odiosi social forum pieni di cattolici progressisti, tute bianche, siti di kontroinformazione fatti con frontpage e graficamente inguardabili. La generazione che chiamava “compagno” Giulietto Chiesa. E pure loro stavano lì, ripetendo a noi e a loro stessi che le nostre lauree triennali non valevano quanto le loro quinquennali e che il nostro movimento era brutto ed eterodiretto, non come la loro mitica e libera Pantera (ve la ricordate la Pantera?).

Questi arrivavano e “te magnavano la capoccia” come si dice a Roma, con le loro categorie ideologiche e pratiche di movimento. Ci spiegavano che loro erano stati più fighi di noi, imponevano etichette ideologiche che noi stentavamo a capire, e suggerivano prassi obsolete che tanto sarebbero state inutili se non dannose. E noi lì, stronzi stronzi, a dargli retta. Perché se i tempi erano davvero così bui come ci sembravano, allora meglio fare il possibile per sembrare all'altezza di chi ha vissuto tempi migliori, come se quei tempi migliori fossero stati merito loro. Così, non solo ci toccava affrontare per la prima volta la crisi dell'Occidente, ma dovevamo pure stare a sentire le prediche degli stronzi viziati che ci avevano preceduto. Qualcuno provava a dire che “noi non siamo nel novecento”, ma spesso chi ha ragione non viene ascoltato quanto dovrebbe.

C'è un detto secondo il quale tempi di merda creano grandi generazioni, grandi generazioni che creano periodi di prosperità. I periodi di prosperità creano generazioni di merda che finiscono per far tornare i tempi di merda. E così via. Mi piace l'idea di essere un millenial perché mi sento investito della responsabilità di essere forte per rimediare ai danni fatti dalle precedenti generazioni di merda. Non so se ce la facciamo. Quelli della mia età hanno dovuto subirsi il primo impatto con un cambiamento epocale, ma sono convinto che i più giovani arrivino già più attrezzati. Li vedo bene, specie per la naturalezza con cui scendono in piazza per il clima ignorando i rantoli dei soliti vecchi ex-qualcosa che stanno lì a pontificare su quanto questa protesta dei fridays for future sia strumentale alla propaganda borghese, di quanto loro erano molto più radicali da giovani, oggi stanno tutti coi cellulari, bla bla bla. E ancora bla. Falliti.

Il lasso temporale in cui si applica la definizione di Millennial la rende quasi imbarazzante, perché mi dice che devo condividere la generazione con liceali che hanno la metà dei miei anni. Però il caso vuole che siamo stati proprio noi, i primi millennial, ad affrontare l'idea di dover vivere in un mondo in cui la crescita miracolosa a cui eravamo abituati non c'è più, in cui dobbiamo lottare per il clima, per costruire una nuova sicurezza sociale e per elaborare nuove alternative al capitalismo. Nuove, non come quelle che c'erano una volta e che tanto non funzionano più.

E allora va bene essere un “nonno millennial”, uno dei primi della nuova generazione piuttosto che uno degli ultimi della vecchia. Mi autorizza a prendere i miei 33 anni e trascinarli in piazza con chi ha la mia età e con chi è più giovane di me. Al seguito, in supporto e mai “alla guida” di chi sembra avere le idee più chiare di quanto le avessi io alla sua età. Uniti in quella che non è una “ribellione generazionale”, ma semplicemente l'impegno di chi alla fine in questo mondo ci si trova, e dovrà pur camparci in qualche modo.

Si, l'ossessione con l'asssemblearismo sarà una di quelle cose di questo decennio di cui rideremo nei prossimi decenni. O magari, sarà il tormentone degli anni venti di cui rideremo negli anni trenta. Un pò come le parole con la “a” accentata finale negli anni 2000', il global/local degli anni '90, il “privato e/in politico” degli anni '80 e via così.

Semplifichiamo: per assembleario intendiamo quel processo decisionale sussidiario, in cui il locale decide sul globale e non vice-versa, e che vede nell'assemblea la sua unità fondamentale. Un'organizzazione assemblearia è divisa in diverse assemblee che decidono con mezzi democratici e di consenso, confrontano le loro opinioni tra loro ed arrivano ad una sintesi comune. Già è confusa mentre la scrivo, chissà quanto ci dura.

Ad ogni modo, pare che vada così di questi tempi. Ho una teoria che coinvolge un po' di matematica e botanica. Le piante organizzano strutture frattali quando si trovano di fronte sistemi caotici o stocastici, come il vento. Per affrontarli, si affidano a piccole strutture che si “federano” spazialmente tra di loro, come le foglie nell'immagine all'inizio di questo articolo. Stiamoci: il futuro è di organizzazioni distribuite in cui ogni diramazione locale si comporta in maniera sostanzialmente autonoma dal resto. Sembra che la cosa funzioni meglio nel turbinio di eventi, identità liquide e relazioni instabili di cui si compone la società contemporanea.

La domanda è: abbiamo gli strumenti informatici per affrontare tutto questo? E la risposta è si. Ma anche no. Il punto è che c'è un gran fiorire di strumenti, strumentini, programmi e programmini in grado di farti fare una mailing list, un sito, calendari, eventi, diffusione. Ma un mezzo in grado di rispondere alle esigenze di autorganizzazione no, quello non esiste ancora.

Ovviamente mi ci ha fatto pensare questa storia di mastodon.

Ah, a proposito. Prima non me lo cagavo troppo, devo essere sincero. Da quando ho litigato con gli anarchici non faccio che andarci. Se solo sapessero quanto sono funzionale alla loro missione non mi disprezzerebbero tanto.

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